1, 2, 3… VIA!!!

COME TI REALIZZO UN COHOUSING

Chiacchierando con Simona Zoffoli, architetto, ideatore, coprogettista e abitante del cohousing LeCaseFranche

Sono le 18.30 del 4 luglio 2016 e trovo Simona intenta a dipingere pesci realizzati con bastoni di mare, che utilizzerà per arredare il bagno della casa nuova della sua famiglia… Alla domanda “Come stai?”, Simona risponde temporeggiando un po’. “Mi sento inebriata, con una sensazione di ubriacatezza tra la gioia di essere in una fase importante di questo progetto e la stanchezza di chi ha avuto una bella parte dentro questa cosa”.  Lo stato dei lavori del cantiere è in una fase molto interessante per i passanti che osservano da fuori, ma soprattutto molto intensa per voi della “direzione lavori”. I futuri inquilini del Cohousing partecipano anche loro ad alcune scelte di personalizzazione degli interni e fanno il conto alla rovescia… Il cantiere è aperto dal 9 novembre 2014, data di inizio lavori.

Le domando: “Come ti vedi il 9 novembre 2016?”

“Dentro, stesa sul divano di casa mia con uno sguardo verso la Cohouse, ammirando tutti quelli che potranno godere di questa avventura, ognuno nella sua posizione, chi nella sua casa, chi socializzando… un gruppo che cresce e avanza. Il 9 novembre saremo finalmente nel pieno del progetto, cominciando a fare gruppo”. Per Simona, tecnico progettista, LeCasefranche non sono un insieme di mura, bensì un insieme di persone, un gruppo… Non perde occasione per fare riferimento a questa dimensione relazionale. Approfitto di un po’ del suo tempo serale per chiacchierare con lei del lavoro di progettazione architettonica del Cohousing, ora che è possibile passeggiare tra le case e osservare gli edifici dal vivo.

“Ti ricordi quando hai realizzato il primo disegno delle abitazioni di LeCasefranche?”

“Sììì, mi ricordo! Era il 2008 e l’ispirazione è stata un bellissimo progetto australiano in un contesto naturalistico molto diverso dal nostro romagnolo. Mi colpì l’idea che, in un contesto particolarmente selvaggio, la casa fosse un simbolo molto elementare costituito dai segni semplici del tetto e dei muri. La casa aveva una conformazione così riconoscibile, da dare il senso proprio di casa anche se trattata con materiali completamente atipici e particolari e immersa nella natura. Proprio da questo è scaturito il primo segno di Casefranche, che è rimasto poi anche nel logo del nostro Cohousing: la simbologia della casina come elemento base costituito da tre segni importanti, che tutti noi riconosciamo e che diventano il carattere di identificazione, lasciando la possibilità poi di giocare con i materiali, divertirsi e sperimentare. Sperimentare per scorgere cosa ci può essere di innovativo, per offrire nuovi input senza sedersi troppo sulla mimesi del passato, sulla consuetudine di fare ciò che si fa perché si è sempre fatto così. Godere della dimensione bella della sperimentazione!”

“Rispetto a quel primo disegno, immagino che siano state fatte tante modifiche… Adesso che cominci a vedere il progetto realizzato, qual è la modifica più importante che ci vuoi raccontare rispetto al progetto iniziale?”

“Ti ho parlato dell’elemento che ha fatto scaturire l’idea. Poi il progetto vero e proprio, il masterplan, l’idea del costruito in quel lotto (quindi come le case si sono sommate) è stato un bellissimo lavoro corale tra me, Fabrizio e Flavio, i tre progettisti di Clusterize, insieme all’architetto Alberto Nadiani. Abbiamo lavorato insieme per trovare sintesi formale di un progetto che aveva come obiettivo provare a ragionare su cosa potesse essere nel 2010 un modello abitativo nel forlivese che rispondesse a esigenze innovative da un punto di vista formale, e potesse rispondere alle interessanti nuove richieste di socializzazione delle famiglie. Hanno partecipato alla realizzazione di questo masterplan diverse persone, anche i bambini, giocando con casette fatte in cartone. Ti direi che il progetto non è mai cambiato. L’idea dei due lotti* e di queste case tutte uguali, ma tutte diverse, non è mai mutata nel tempo, così come non è mai mutata la dinamicità del progetto. Non c’è mai stato niente di statico, ma opportunità di scelte e possibilità che si sono presentate di volta in volta, rispecchiando le richieste di personalizzazione di ognuno. L’edilizia sociale generalmente, per esigenze di gestione dei costi, propone soluzioni molto standardizzate che nella ripetitività delle azioni assicurano tempistiche più brevi, costi contenuti, facilitazioni in cantiere… Così anche nel DNA del nostro progetto c’era l’obiettivo di ragionare su geometrie semplici, ma poi si è fatto in modo che la possibilità della personalizzazione rimanesse, perché componente che tutte le persone ricercano ed opportunità per generare radice. Come fai a legare una persona al territorio, a fare in modo che si senta del territorio, che metta radici, che non voglia cambiare casa? Tanto sta nel fatto di averla coinvolta dove hai potuto, questa è stata la scelta sociale. Ovviamente il coinvolgimento può essere a tantissimi livelli.”

“Tra la progettazione e la realizzazione concreta, ci fai qualche esempio di cose che non avete potuto realizzare o che avete dovuto progettare perché obbligatorie o necessarie?”

“Ohhhh, l’impiantista è sempre una bestia nera, anche se io sostengo che dal vincolo nascono sempre opportunità che stimolano la creatività. La pagina bianca dove si può fare qualsiasi segno è sempre bella, ma ben vengano i vincoli. È chiaro che l’impiantistica su case così performanti è un bel vincolo, devi trovarti a risolvere diverse cose.”

“Si tratta di un progetto di abitazione che coinvolge un gruppo di privati interessato a una dimensione sociale dell’abitare; simbolo di questo desiderio di socializzazione è la Cohouse, o casa comune. Ci racconti qualche curiosità della progettazione di questo spazio comune? Qualche particolare creativo?” 

“La casa comune ha visto l’avvicendamento di tutte le persone che si sono avvicinate a questo progetto, tanta gente è passata! C’è chi è solo passato, chi si è fermato, chi si è alternato, chi è ritornato… Fin dall’inizio il progetto sulla casa comune è stato un progetto di condivisione, ognuno ha messo del suo rispetto a ciò che si voleva fare dentro a questo spazio. Il gesto architettonico di questo edificio è dato da una bellissima vela che ospita il fotovoltaico, che si apre sulla pista ciclopedonale e dà a questo edificio un carattere diverso. L’idea che il piano primo di questa casa si affacci sulla pista ciclopedonale sopraelevata è sempre stato il dettaglio che ha solleticato la fantasia. Questa pista ciclopedonale, pensata come ampliamento della casa comune (a un certo punto tangente), è uno spazio in cui si possono organizzare eventi, mercatini, dove ci si può incontrare, dove si intersecano la dimensione del privato e del pubblico.”

“Ci illustri quali sono gli spazi esterni dedicati alla socializzazione e alla condivisione? Se non sbaglio saranno spazi a disposizione non solo dei cohousers, ma anche dei residenti del Quartiere di San Martino in Villafranca e dei cittadini del Comune di Forlì…”

“Chi ha pensato al progetto ha sempre cercato l’intersezione con il pubblico; le case private del Cohousing sono completamente inserite in un lotto pubblico. Non è mai voluto essere, questo, un progetto privato o individuale, o la risoluzione per poche famiglie. Siamo un bel gruppo (18 famiglie), ma perché un gruppo possa incidere a livello di società o possa essere esempio o modello alternativo del vivere, è necessario che sia aperto e ripetibile, in grado così di contagiare o allargarsi. Lo spazio quindi è sempre stato molto promiscuo, i lotti privati immersi nello spazio pubblico. Come ogni altro intervento di urbanizzazione, deve rispondere a richieste specifiche come la realizzazione di parcheggi, strade e verde pubblico; quest’ultimo sarà gestito dalle famiglie residenti in accordo con il Comune, ma sarà a disposizione di tutti”.

“Parliamo di pista ciclopedonale. Ti riferisco il commento di un curioso osservatore dei lavori di cantiere: ‘Ai sem in pianura, sal da fé tot ‘sta collina?’… Da cosa è nata l’idea della pista ciclopedonale sopraelevata?”

“No, la collina no! Anzi, se c’è proprio una cosa che come tecnico aborro, sono… sai quelle case che hanno la collinetta davanti?! Non le amo, perché è una forzatura! In realtà qui c’è un po’ di ispirazione che è l’idea, (siccome siamo in pianura) di poter in qualche momento stagliarsi e guardare il progetto dall’alto, da un’altra prospettiva. L’osservazione dall’alto non è poi così disgiunta dalla realtà e dalle consuetudini locali: salire sul rivale del fiume, stare a quota, passeggiare e osservare dall’alto. Ci sono poi due motivazioni fondamentali per la pista ciclopedonale sopraelevata. La prima è stata l’idea di avere dei parcheggi fruibili immediatamente: fermare i garage subito all’inizio del progetto sotto una ciclabile ci ha fatto recuperare spazio per le persone e per il verde e nello stesso tempo era importante non averli a ridosso della casa per non tagliare il parco con la viabilità carrabile (i parcheggi interrati, non essendo in città, secondo me alle nostre latitudini non funzionano). La seconda motivazione è stata quella di porre una barriera tra le abitazioni e il verde e l’edificato artigianale adiacente dismesso.”

“La proprietà delle Casefranche confina con una fabbrica artigianale. In questa fase dei lavori anche l’impatto visivo del cemento dei garage ha una certa importanza. Raccontaci il tuo punto di vista sul blocco dei garage.”

“Fare un’architettura che sia sostenibile a 360 gradi significa anche scegliere soluzioni sostenibili economicamente, gestibili nel tempo e che non siano fini a sé stesse. Costruire garage con prefabbricati di cemento significa bassissima manutenzione nel tempo e pochissimo impatto sul cantiere (arrivando già pronti per essere messi a dimora). È una soluzione di parcheggio molto spartana che elimina sovrastrutture e rifiniture su “cose” che nella nostra vita non servono, se non come ricoveri per l’auto (modalità da me condivisa molto sviluppata nel nord Europa, in Austria, in Germania, in zone che abbiamo visitato e conosciuto, dove c’è questa divisione, che io apprezzo molto, tra le cose solo di utilità e le cose da vivere). Si possono progettare autorimesse trattate come porzioni di casa civile (anche separate), ma sono scelte che implicano, tra l’altro, una manutenzione eccessiva. Ma non abbiamo mai ragionato soltanto a senso unico; fatta una scelta, abbiamo sempre pensato all’altra faccia della medaglia! Dobbiamo scegliere il cemento armato perché offre tutti questi vantaggi? Cosa otteniamo, lo lasciamo tutto così com’è? Da questa riflessione nasce la proposta di un progetto artistico coordinato. Ecco l’idea di coinvolgere ragazzi dotati di passione artistica che cercano muri da dipingere! Questo cemento sarà a disposizione di writer: un progetto artistico che vedrà la sua prima manifestazione in occasione dell’inaugurazione, che si terrà  il 29 aprile 2017.”

“Parliamo di tetti. Quante possibilità ci sono per progettare le falde di un tetto? A che cosa vi siete ispirati per la progettazione dei tetti delle case?”

“È rimasta nel nostro immaginario la linea semplice del tetto a capanna, di cui ti ho parlato all’inizio, che si è articolata poi in modi diversi nei due lotti. I vincoli progettuali che emergono nella progettazione delle falde sono tra l’altro legati all’affaccio solare e alla ricerca dell’esposizione delle facciate verso il sole. In una prima fase di progettazione, il lotto 1 era stato progettato con una grade falda unica che rimandava all’immaginario dei ricoveri agricoli, mentre le falde del lotto 2 rimandavano alla ricerca dell’essenzialità e da vincoli sempre legati all’esposizione verso il sole (giocare con delle falde sporgenti avrebbe significato creare delle zone d’ombra non omogenee creando effetti di discontinuità di colore dovuti all’irraggiamento su facciate di legno a vista). È rimasta l’eredità di questi ragionamenti, anche se le facciate del lotto 2 non sono più in legno a vista e la falda del lotto 1 è stata frammentata, affidando al gioco di pergole la linea di continuità tra i tre edifici. Al posto di falde sporgenti, in questo progetto è stato adottato un sistema di pergole come sistema di protezione e ombreggiamento. Abbiamo sempre cercato di evitare scelte estetiche di leziosità fini a sé stesse, piuttosto abbiamo cercato di dare una risposta funzionale alle scelte fatte.”

“Ci descrivi qualche altro dettaglio, qualche particolare inusuale, che caratterizza l’architettura delle case?” 

“Una delle cose che mi piace molto è selezionare delle finestre nel progetto, è un discorso di linguaggio. Così le CH (le nove case del lotto 2) hanno queste finestre selezionate, i bow window*, che hanno la funzione di essere un occhio sul progetto, ma anche di fungere da tettoie (protezione per l’ingresso); pure sul retro ci sono grandi finestroni: degli occhi belli sulla campagna! Nelle ABC (le tre case del lotto 1), dove la libertà progettuale è stata un po’ più vincolata (facciate abbastanza indistinte con pareti molto più semplici nel lato strada, e gli aggetti dal lato pista ciclabile), è stato comunque possibile cogliere occasione di selezionare delle aperture, come degli occhi! Anche questo è un modo per privilegiare delle visioni, dei punti peculiari per sottolineare “che da qui succede qualcosa”, un particolare cannocchiale visivo che va a segnalare qualcosa anche dall’esterno.”

“A proposito di finestre… Come futura inquilina delle case, avendo seguito insieme a te la fase di progettazione della nostra abitazione, sono rimasta piacevolmente colpita dal fatto che hai lasciato piena libertà di scelta rispetto a posizione e dimensioni delle finestre. Qual è stata tua scelta a questo riguardo?”

“Trovo che un progetto architettonico non vada messo in crisi dalle scelte personali; abbiamo creato dei volumi che potevano supportare le varie scelte. Sono intervenuta solo in poche occasioni per preservare l’omogeneità dell’insieme.”

“Se ti dico la parola patchwork, cosa ti viene in mente?”

“È la mia parola cult… per me è il quotidiano, è l’incontro delle persone! È difficile cucire , ma quando hai cucito, hai tanta ricchezza! Invece di avere tante singolarità, hai un grande pezzo unito. È una tecnica che metaforicamente applico sia nella vita professionale che nella vita privata, quel poco di vita privata che in questa fase mi è rimasta oltre al progetto de LeCasefranche!.”

“Potremmo parlare ancora di materiali, interni, rifiniture, capitolati… ma io concluderei con una nota di colore. Qual è il tuo colore preferito?”

“Il verde!”

“Quanto incidono secondo te, da 0 a 10, i colori (interni o esterni) nel favorire una dimensione di benessere in casa?”

“100%. Quindi 10. Lo provo su me stessa, non è solo un’indicazione tecnica che propongo agli altri. Forse un po’ come la musica, il benessere non sta solo in un colore preferito, in una musica preferita! Nella giornata hai bisogno di esprimerti attraverso il colore, la diversità dei colori ! Una casa tutta bianca, è una CASA TUTTA BIANCA!… Tutti i giorni musica classica, è tutti i giorni musica classica!”

“Se fossi un professore della Facoltà di architettura, che voto daresti al tuo progetto?”

“Non mi saprei votare… è complesso, non mi sento!”

“Ci vuoi svelare un errore che pensi di aver fatto?”

“Lo posso dire, sì! Di errori ne ho fatti tanti, grazie a Dio nessuno irreparabile! Un errore di cui forse adesso mi pento, è un errore economico: aver definito troppo nel dettaglio il costo delle case. Le persone che hanno aderito al progetto avevano bisogno, in un’ottica di risparmio, di tarare al centesimo l’investimento necessario. Da parte nostra, come progettisti, dovevamo far passare meglio il messaggio che ci sarebbero state contingenze e che le cifre presentate potevano avere un margine di errore. È veramente un progetto complesso!”

“Qual è il commento più bello che ti hanno fatto su questo progetto?”

“Deve ancora arrivare! È vero, il cammino vale come un traguardo ed è già stato una cosa bellissima! Ho conosciuto tante persone, e tante persone hanno conosciuto il progetto in questi anni, ma in questo minuto il complimento sarebbe solo sul progetto architettonico, perché questa è la fase che stiamo vivendo! Il miglior complimento ce lo racconteremo più avanti, quando diremo: «Cavolo, però stiamo proprio bene… mi ha fatto proprio bene tutto questo!». Un progetto architettonico non vive il suo coronamento il giorno dell’inaugurazione, ma trova la sua realizzazione confrontandosi con la vita vissuta di chi abiterà quegli spazi. Progettare spazi invivibili è la cosa che più dispiace! L’aspetto architettonico si completa con l’aspetto di vita vissuta, quindi parlerà la storia!”

Mi permetto di ringraziare Simona alla fine di questa chiacchierata e di esprimerle la gratitudine a nome mio e a nome di tutti i soci della Cooperativa e futuri abitanti del Cohousing LeCasefranche! Simona, ti ringraziamo, tra le altre cose, per la tua capacità di sognare che ti ha permesso, insieme a tanti altri, di costruire e dar vita a questo spazio, che racconta di tante cose e che tanto avrà da raccontare in futuro!

INTERVISTA A CURA DI MARTA CUPERTINO (grazie a Francesco Tassinari abiterò anche io qui! :-))

* Bow window: balcone chiuso, sporgente dalla facciata di un edificio per uno o più piani.

* Nota: per due lotti si intendono: Il LOTTO 1, costituito dalle tre case (ABC), le prime che si incontrano entrando da via Don Bagattoni; il LOTTO 2, costituito dalle nove case indipendenti (CH) di fronte alla casa comune (Cohouse), le prime che si incontrano accedendo dal passaggio di pista ciclopedonale lungo la via Lughese.

 

2 thoughts on “1, 2, 3… VIA!!!

  1. Più che commentare – il cohousing è “futuro necessario” in questa società – vorrei un contatto, innanzitutto per sapere se vi sono ancora abitazioni disponibili.
    A presto. Grazie. M Vittoria

    1. Buonasera, le abitazioni sono state già tutte assegnate, ma si sta creando una lista di attesa nel caso in cui un socio dovesse lasciare. Se è interessata, ci può lasciare un recapito telefonico con cui possiamo ricontattatala,scrivendo una mail a: webmaster@lecasefranche.it

      Grazie
      Andrea

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